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venerdì 18 marzo 2011

Non i giorni ma le notti

Non i giorni, ma le notti. Le notti sono le più importanti, i momenti in cui davvero so che ci sei. Quando ci muoviamo in uno spazio piccolo piccolo e ci incastriamo, senza svegliarci. Quando tu fai cose di cui non ti ricorderai al mattino e mi stringi, mi sposti mi accarezzi i capelli - senza davvero sapere cosa stai facendo, ma con un senso sottile del fatto che accanto a te ci sono io.

venerdì 15 ottobre 2010

Sulla città perfetta

Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta nè fissare la data dell'approdo. Alle volte basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di li metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. 
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto. 
I. Calvino, Le città invisibili


Qualche riga vagamente citazionista ma fulminanti sulla mia Roma perfetta, come seguito a un filo di pensieri costante dallo scadere di questo primo mese di residenza.

giovedì 9 settembre 2010

Si ricomincia?

Si ricomincia.
Dopo un mese esatto di spostamenti, viaggi e delirio ho cominciato una nuova vita, altrove.
Mi porto dietro i segni di quella vecchia, ancora, e in fondo sono sempre io anche se in rapido cambiamento. Per esempio ho disimparato a prendere gli autobus giusti, a quanto pare, e sto facendo dei simpatici viaggi su e giù per Roma un po' a pé un po' de corsa.

Ok, enough about me, parliamo di robe più interessanti: per esempio voi rifiutate con affetto?
Iniziativa di alcuni comuni prevede di installare spazi appositi (cassonetti non mi piace) in cui lasciare oggetti usabili, a cui vogliamo bene e che non meritano di essere gettati: da questo spazio (una vetrinetta) chi passa può prendere ciò che gli piace o gli serve...
Immaginate che bello essere un bambino, vedere un giocattolo in una vetrina per strada e poter lasciare il suo per prenderlo (o prenderlo e basta): non è meraviglioso! stessa cosa per le borse! ...ehm... o cose più utili magari.
Insomma è un'idea fantastica del gruppo Publink, che spero si diffonderà moltissimo a breve ma per ora coinvolge solo i fortunati abitanti di Ravenna Rivignano Rovereto Mestre Matelica Venezia.

mercoledì 8 luglio 2009

Un po' di poesia

Taklamakan #2
di Sergio Baratto su Il primo amore online

Un episodio trascurabile delle Guerre persiane

Al porto quella notte
prima dell'assalto
avevo freddo e tanto sonno

mi strinsi a Cleomene
ci inventammo una canzone
tutto il tempo sottovoce
la cantammo
nessun altro l'ha sentita
fu come se non fosse
mai stata cantata.



***


Le balene d'agosto

Nelle sere d'estate i poeti
ai tavoli dei cocktail bar –
così ci si divertiva
all'epoca delle balene d'agosto


si adoravano i funghi mucillaginosi
i satrapi di nessun regno

il corridoio dei nostri trasporti
era così lungo che a volte
qualcuno in tutto quel vuoto
si perdeva o al peggio

faceva carriera

o si andava in massa
a venerare sciamani polacchi
chi i capelli verdi chi la pelle cotta

chi una moglie avvolta in carta da parati

Settembre mi sorprese a Mantova
con una zucca in mano

dal giornale occhieggiava
per l'ultima volta
Ahmed Shah Massud

Sono tornato in treno quella sera
con la mia zucca pesante
soffiava allora la brezza
degli ultimi giorni prima della scuola

Quel giorno, scriveranno gli esegeti
il nemico ha sfondato le linee.



***


Per la notte in arrivo

E poi medicine antrace lunghe scie di luce
ciecamente si avanzava nella caverna dei nostri tempi
scavando la carne dei nostri stessi corpi

E quando i feti nei ventri scalciavano per uscire
a trovare piccoli inferni in polimeri plastici
rubinetterie idrocarburi volentieri quelle
gozzoviglie le avrebbero lasciate ad altri

E Dante con la sua corazza tra i Persiani
in lacrime sul Golfo
gli stessi problemi di sempre
cosa sarebbe stato di noi da dove
il nostro respiro e perché

Nessuno a costituirsi nessuno che alzasse la mano
a dire Colpa mia signori
a sentir loro non c'era alcuna ragione oggettiva
per piangere le ripetizioni della storia

Quanto a Caronte affari d'oro
ne ha sempre fatti
soldi sottobanco sbarchi di clandestini
nel business tra i mondi

Oh ma io mi costruirò visioni
prenderò su grumi di paesi
prenderò una strada nuova e già lo so
che la percorrerò da solo

Si spengono adesso le luci
viene un'altra sera
Milano settembre duemiladue

Affiliamoci lo sguardo nel buio abrasivo
per la notte in arrivo
per la notte in arrivo.


***


Singing in the fallout

Come cantare sgravare il fiato
spalmarsi creme idratanti
sui calcagni tra i crateri
vallo a chiedere altrove


Chiedilo alle centomila
anime ustionate di Dresda
chedilo alla bella
Murasaki in fiamme

Chissà come avranno ballato
quando il buon pastore
se le è prese su come
si succhia il brodo

domenica 5 luglio 2009

Epitaffio.

Dedicato ai molti gatti che ci hanno preferito il regno di Ceiling Cat e Basement Cat - i quali, essendo dèi gatteschi, condividono pacificamente la ciotola nell'aldilà.



Abbiamo avuto la stessa vita, Musi, tu ed io, la stessa solitudine, lo stesso male. Pensavo a te, quand'ero lassù, e tu mi accogliesti, al ritorno, saltandomi in grembo lievemente (non poi tanto...), come al solito.
[...]
Ti minacciavo sempre col proposito di farmi un colbacco con la tua pelliccia, dopo che fossi morta: ebbene, sappi che non vi ho dato seguito. Ma avrei voluto, questo sì, destinarti un posto accanto a me: e invece sei qui, ai piedi del cipresso, in una buchetta poco profonda (perchè son luoghi di terreno duro, e quella notte non avevo tanta forza per scavare).
Sono morta un po' anch'io insieme a te: dov'è quella mia parte adesso? Spero che tu l'abbia portata dove sei: una bella giornata di sole autunnale, qualche lucertola sonnacchiosa che è troppo facile acchiappare; e tu che ti rotoli nell'erba, ora sul fianco destro, ora su quello sinistro, in alterna vicenda. Gli occhi sono socchiusi, gli zampini strofinano il muso in segno di infinito benessere.

Idolina Landolfi, Musi, Arezzo, Tipografia Busagni, 1996

venerdì 20 febbraio 2009

Si vive di citazioni

Disfare massa - Jacopo Galimberti

Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che fa paura.

Nello stato presente solo tentare si puo’
una costruzione
in un punto.
Erigere, in uno spazio inesteso, un progetto
in cui proiettarsi con tutto il proprio passato, accumulato, un getto
che è già un ponte verso
in un punto. Senza orizzonti,
stordirsi sul posto, dimenticare in tondo, torturare i gatti.
Uno spazio inesteso
in cui tra qualche mese, giorno, saremo noi
a essere sottratti,
a sottrarci.


La donna che dorme per terra
forse non dorme.
Si è rovesciata addosso la torta. Non sbava, non trema.
Lui era andato in bagno per pisciare mezzo litro
di vodka Red Bull. Non le trova il polso, le palpa il collo
dal lato sbagliato.
Fra cinque minuti la festa sarà uno psicodramma, pensa.
S’immagina il fuggi fuggi degli imbucati - tristissimo.
Se ne va in sordina.

Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che fa paura.

Imbambolati, assonnati o cotti
si è a volte, per secondi, semplicemente in una sorta di
estasi, senza proiezioni, appetiti, tracce mnestiche,
completamente assolti
in uno spazio inesteso.
In queste microsvolte ci si approssima
al punto più recondito del tempo,
allo stato mentale in fondo più
immondo:
il presente – e il suo vuoto.

L’uomo che cammina mangiando
calcola che per ogni pranzo quindici minuti,
minimo. Allora mangia negli spostamenti e guadagna
vita. Il sangue gli inonda la testa, taglia la folla,
si sente un pesce, una pallottola, un muscolo dritto teso tirato
sparato verso un bersaglio.
Senza legami, elegante, frusta la rotta e va
quasi con una specie di calma.

Una massa che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che fa paura.

Non posso accettare dilazioni, proroghe, tentativi
terrorizzati di procrastinare l’ingresso
del cranio, in ghingheri,
nelle ossa.
Schiacciata in un punto cieco del presente,
vegeto, mi minaccio, mi mutilo,
maciullando sgretolo un bolo di crani.
La mascella slogata mi schiude un spazio esteso, sereno
in cui sedare
il sesso
che sono.

- Perché qui, tutta la mattina, nel letto a me a fianco
rimani?
- Non so, in autunno, dove lavorerò,
che lingua indosserò o se è imminente
e dilania. Qualche ora, addosso,
mi ancoro.
-Così un morso nei miei minuti
ti affranca?
-Si’. O forse questa smania di presente
è pura voglia di te.

Un individuo che non conosce futuro diventa qualcosa.
Qualcosa che ha paura

tratto da Nazione Indiana

martedì 16 dicembre 2008

tre facce

Oggi ho visto 3 cose strane:

1. un ragazzo con gli occhi da bambino che faceva finta di essere un Uomo
2. una bambina-donna-bambina piangere
3. un sorriso sornione

1. Questo ragazzo guardava sfottendo un ragazzo più basso e più vecchio che lo accusava di aver staccato i suoi volantini, "sono metodi fascisti" gli diceva. E io ero perfettamente ragione, soprattutto perché il bambino, inconsapevole di comportarsi da verme e pensando di comportarsi da uomo, pensa anche di essere di sinistra, estremamente di sinistra. Ho fatto male a non fermarmi? a non prendere le difese di chi so avere (almeno in parte, almeno in quell'attimo breve) ragione?

2. A volte succede che il nord, il sud perdano il loro posto, che gli affetti carambolino d'improvviso e la stima si rompa: come azzannare un fiorellino di sfoglia che si sfalda, si perde, si scioglie in bocca. Questo sapeva d'amaro. Come devo comportarmi? Accusare chi sappiamo colpevole? comprendere la sua debolezza e (imperdonabile) leggerezza? In fondo nessuno è innocente nelle relazioni d'amore. In fondo.

3. il sorriso di uno che vorrebbe piacere a tutti e che non piace a nessuno perché fa un lavoro brutto e lo fa male. Forse non può davvero fare altrimenti per sopravvivere senza combattere troppo: può essere dura fare ciò che non ti piace, un lavoro burocratico e non semplice, legato a contratti e concorsi angosciosi e sempre nuovo; può servire appoggiare e servire, può essere utile essere utile e offrire le proprie mani cieche e la propria faccia. Tanto è vuota, e triste.




Poi ho visto occhi che specchiavano i miei, felici ma tristi (forse anche per la mia assenza e fuggevolezza? Ho visto il sole specchiato nell'acqua del greto, che di questi tempi invernali si mostra poco, il prezioso.
e tanti altri occhi e mani affettuose e respiri e voci.

sabato 15 novembre 2008

La strana coppia: broccoli e ceci

In questo silenzio e in questa calma vorticosa che ho dentro, riesco anche a cucinare.
Mi è impresa impossibile svolgere qualsivoglia relazione sociale, vestirmi per andare in città può diventare oggetto di crisi lamentose. Che bello, sembra di tornare all'adolescenza, trovo davvero poche differenze.Fra tutte un'accresciuta capacità (e desiderio) di creare cose buone, che vi sottopongo in attesa che il mio affetto anche fisico torni a manifestarsi nel mondo.

Broccoli coperti.
Passate in padella parecchi broccoli già lessati con abbondante pepe, peperoncino e aglio.
Nel frattempo passate con mixer a immersione o con il passaverdure (per chi, come me, non sia ancora beneficato dalla corrente elettrica) una buona quantità di ceci anche questi già lessati, possibilmente Ceci dell'Orto di Nene (anzi, del suo Babbo): senza questo ingrediente fondamentale e dalle particolarissime qualità organolettiche la ricetta perde gran parte della sua godibilità (e qui ho perso metà del mio pubblico).
Condite i ceci passati con sale qb, noce moscata e rosmarino (possibilmente, dice mio babbo, intero e legato, da rimuovere prima di servire altrimenti vi rimangono tutte quelle fogline fastidiose in bocca...): dovrebbe venirne una pasta piuttosto densa, semiliquida.
Riempite una teglia oliata coi broccoli, da cui avrete cura di rimuovere aglio e peperoncino io non l'ho fatto con effetti disastrosi) e copriteli con la pasta di ceci.
Spolverate di pangrattato e, per un surplus di libidine, parmigiano grattugiato. Lasciate grillare fino alla comparsa della simpatica crosticina e servite caldo.

Non sembra ma è godibile, proprio buonina! Nutrizionalmente sarebbe un piatto unico ma per i non-magri consiglio di accompagnare con un formaggio stagionato di sapore deciso.

Naturalmente, siete liberi di proporre miglioramenti.

sabato 25 ottobre 2008

La mia indifferenza e ripugnanza per la politica cresce mentre mi immergo nell'inutilità della critica letteraria (se mi sente la bene mi spara): ah ma quant'è bella la bellezza, ma quanto siamo bravi noi che la vediamo, ma quanti colori ci sono in una goccia d'acqua sulla fogliolina nell'occhiuzzo del cerbiattino che nel boschetto corre corre corre il cacciatore gli spara e muore. Questa una versione boschiva di quello che sto leggendo adesso.
Bene, mentre tutte queste simpatiche riflessioni si sviluppano il mondo continua a girare e la gelmini nella pausa fra parrucchiere e lifting incontra gli studenti inkazzati (sì, con la K, come sono ggiovane) fra cui il nostro (e vostro) rappresentate degli studenti al senato accademico. L'incontro finisce così:
VISTA L'INDISPONIBILITà DELLA MINISTRA A COLLABORARE AD UNA RIFORMA SERIA
NOI STUDENTI CONTINUIAMO CON LE MOBILITAZIONI!!!
la gelmini: l'importante che siano pacifiche.
Viste le premesse lasciate nel post precedente, direi di sì.
Quindi, miei piccoli rivoluzionari dai riccioli al vento vi lascio con un appuntamento: Lunedì sera ad Otto e mezzo su La7 ci sarà Maurizio (Falsone) nostro rappresentante al senato accademico... stiamo monopolizzando otto e mezzo! alla scorsa puntata c'era pasquali!

domenica 12 ottobre 2008

Prima puntata

Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch'erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un'ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l'acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffé, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un'infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l'acqua mi entrava nelle scarpe.


Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia

domenica 21 settembre 2008

Oggi doppio Post

A te pria
Terapia
ti parea
arte pia
ma arpia
pari a te
Terapia
rapì te!

in onore della Busti Bis© a breve fuori dal nido!
E per completare (ma in ritardo):

Pa via
p'Pavia
pav ia!

(Da leggersi in napoletano con accento toscano)

sabato 20 settembre 2008

quasi laurea, non quasi inutile

Già sono a casa, e preferirei di no,
già sto studiando per due esami (tot 20 crediti),
già è settembre, l'estate è sparita
e io sono già (ancora) pallida
già ho 24 anni e una quasi (inutile) laurea in lettere

MA ANCHE IL MAL DI DENTI NO, EH?
DA DENTE DEL GIUDIZIO POI!

mercoledì 30 luglio 2008

Cambiamenti


la notizia arriva rapida, una frase che mi costa fatica e suscita nell'uditore (eccetto quei Due o Tre che Tutto Sanno) uno stupore generico, dovuto piuttosto al tono funebre che l'accompagna che alla comunicazione in sè. Poi il soggetto che ha chiesto notizie e ascolta (finto?)interessato capisce pian piano le dimensioni della catastrofe, a volte (spesso) le intuisce solamente e comunque si dispiace. Arriva ovviamente la domanda "perchè" a cui non si può non rispondere con imbarazzo e autolesionismo:
HO PERSO LA BORSA DI STUDIO PERCHE MI SONO DISTRATTA. Perché stupidamente ho fatto le cose con calma e sicurezza in me stessa, presa da altre cose non mi sono accorta che mi mancassero dei crediti (tanti). Non era mai successo, l'idea non mi aveva neanche sfiorata e forse se anche me ne fossi accorta quando avrei dovuto (inizio luglio) non avrei potuto fare niente. Forse sì. Ma insomma ormai è andata.
Adesso sono in balia del fato, malinconica come sempre alla soglia d'agosto ma con una ragione in più; ogni anno per me finisce a luglio e ricomincia a settembre, agosto è una pausa confusa e persa, quasi inesistente - pausa che ora rischia di diventare perenne se, come sembra, dovrò tornare dai coi miei.
Anf, che fatica questa auto-terapia. Tornare a casa non è che una soluzione, quella più economica - non, come direbbe Giacomo, dal punto di vista psicologico. Insomma vedremo.
Tutto questo era per comunicare a chi non lo sapesse e soprattutto per chiedere venia alle persone che a causa della mia ansia sono state sono e verranno da me trattate male. Scusate. Ma sento davvero la vita che mi si sgretola sotto i piedi; spero, come dice Qualcuno, che sia solo un nuovo inizio di qualcosa di bello ma per adesso vivo nel terremoto.

brrrr

giovedì 10 luglio 2008

Tentativi

Se è vero che la probabilità che esca il 27 su una ruota da 90 numeri è 1/90, il numero di volte che il 27 compare sarà tendente al limite di 1/90,
allora è anche vero che se la probabilità che io sbattendo contro un muro mi smaterializzi e ricomponga dall'altra parte è 1/10000000000000000.
Quindi potrei cominciare a sbattere per avvicinarmi a quel limite irraggiungibile!
Che ne dite?

domenica 15 giugno 2008

Le nostre ovaie: lezione seconda aperta a chi ne è privo

Ora immaginate un mondo popolato d'Amore e di Possibilità. Questo è il nostro mondo.
Noi tutti ci portiamo appresso, ancor più che i pezzettini dei Noi passati, ovvero delle infinite famiglie che ci hanno generati, la gran parte delle generazioni che ci seguiranno. Quando nasciamo, mentre ci formiamo, portiamo già dentro di noi tutte le ovette (ovvero tutti i bambini, possibili e impossibili) che porteremo a maturazione nella nostra vita - oppure, nel caso delle Killer Seriali da Pillola, che espelleremo senza maturare, uccidendo delle giovani vite innocenti, dei virgulti in fiore. è precoce pensare che queste ovette portino al loro interno più che il loro stesso essere (ovvero le generazioni a venire, come dicevo), come sarebbe precoce pensare che tutti i simpatici spermini che navigano nei mari gonadei dell'uomo contengano a loro volta generazioni a venire... ma pensate, fate uno sforzo d'immaginazione e pensate, a tutti questi bambini e bambine future che si incontrano, si riconoscono nelle nostre città piovresche, sugli autobus affollati, negli areoporti ovette e spermini che si salutano e prevedono le reciproce possibilità, mentre noi siamo preoccupati solo di coprirli, nasconderli, camuffarli (a volte pochissimo, vedi il caso dei Fegatelli). Non è meraviglioso? non vi prende la vertigine da generazione? Ultimamente mi scopro a guardarmi la mia pancia con incredibile stupore e meraviglia (come quando mi sono contata le dita dei piedi per la prima volta): quanto di me c'è in me, quanto di ultra-me già posseggo, in termini di retaggi passati e shock psicologico-culturali che lascerò ai miei non-figli (ovvero ai Vostri, possibili folli che me li affiderete)! E' bellissimo! Fa venir voglia di sfornare quanti più pasticcini-bambino possibile per valutare le differenze, come coi gatti. Solo che è molto più dispendioso generare e nutrire 12 figli, genitori compresi - e io non arriverò mai alla perfezione della Giarotta, madre esemplare e vittima per la Famiglia. Anche se discretamente Puttana (non mi ha fatto dormire).

baci allucinati a tutt*

(ah, che sfogo l'asterisco! ho deciso che lo uso, per la sua assurdità!)

giovedì 12 giugno 2008

Di primavere improvvise

ai sorrisi ritornati,
al sole che c'è sempre
al Poeta inaspettato

[...]

Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
Tutto: de' vaghi tuoi delubri un solo
T'avanza, e dentro pretestato nume
Tu non vi siedi.

Non più perfusi del tuo fiume sacro
Menano i tori, vittime orgogliose
Torfei romani a i templi aviti: Roma
Più non trionfa.

Più non trionfa, poi che un galileo
Di rosse chiome il Campidoglio ascese,
Gittole in braccio una sua croce e disse
- Portala, e servi. -

Fuggir le ninfea piangere ne' fiumi
Occulte e dentro i cortici materni,
Od ululando dileguaron come
Nuvole a i monti,

Quando una strana compagnia, tra i bianchi
Templi spogliati e i colonnati infranti,
Procedé lenta, in neri sacchi avvolta,
Litaniando.

E sovra i campi del lavoro umano
Sonanti e i clivi memori d'impero
Fece deserto, et il deserto disse
Regno di Dio.

Strappar le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
Ovunque il divo sol benedicea,
Maledicenti.

Maledicenti a l'opre de la vita
E de l'amore, ei deliraro atroci
Congiugnimenti di dolor con Dio
Su rupi e in grotte:

Discesero ebri di dissolvimento
A le cittadi, e in ridde paurose
Al crocefisso supplicarono, empi,
D'essere ebietti.

Salve, o serena de l'Ilisso in riva,
O intera e dritta a i lidi almi del Tebro
Anima umana; i foschi dì passaro,
Risorgi e regna.

[...]
Carducci, Odi Barbare

venerdì 30 maggio 2008

Canto del Cavallino Zoppo

a volte sembra che tutto sia crollato, che niente serva a niente. A volte mi sembra di partire con un handicap troppo grosso e invincibile per raggiungere i miei sogni piccoli.
Sono momenti in cui il ghigno acido frustrato si trasforma in rabbia futile contro il mondo, contro la felicità, contro tutti quelli che credono in qualcosa, contro chi rappresenta la corrente contraria (a me).

Oggi è stata una giornata di grandi scoperte, un tuffo nel mio humus lontano ma soprattutto ho visto sorridere mia madre. Se può ancora davvero sorridere così, se mio padre può trovare forza di stare sveglio a risolvere integrali il mondo può cambiare, io posso cambiarlo e salvarli.

Domani studierò Dante sulla scrivania verde su cui depositavo forfora adolescente. Un nuovo inizio.

sabato 24 maggio 2008

abbiamo i cerchi come gli alberi!

mi ha spiegato mia sorella che ogni volta che dentro di noi un uovo si crea e poi cade si forma una ferita che (mirabilia!) si autocicatrizza. Ogni volta quindi che un'ovulazione non va a buon fine (deo gratias) ci resta una piccola cicatrice: conti le cicatrici e conti i tuoi mesi di vita adulta! meraviglioso! io per esempio avendo prodotto uova dai 12 anni (come mia sorella, mia madre, sua sorella e sua madre), tolti quei due o tre anni di pillola, dovrei avere un centinaio di cerchi nella pancia! FANTASTICO!mi scuso con la qg4 per la sua assenza nella foto... rimedierò in seguito...

mercoledì 21 maggio 2008

Lettera a uno scrittore con l'orologio d'oro

ho fatto un sogno oggi pomeriggio.
Stavo leggendo dei morti ammazzati di Napoli nel 200* ed evidentemente mi sono addormentata. faceva fresco in camera mia, il basilico brillava forte nel tardo pomeriggio e nel mio sogno si è fatto pianta, si è fatto pergola odorosa, si è fatto il legno chiaro delle nostre panchine. Eravamo lì, un po', non molti, un pubblico selezionato. ragazzine, un paralitico, uno scapigliato, un paio di signori interessati. Dall'altra parte del bancone, già rosso di sangue e bagnato, stava Hemingway con due angeli custodi, a destra e sinistra, due Cherubini strabici. Erano felici, Ernesto e i cherubini, chiacchieravano contenti del libro di poesie che ha scritto, da morto. Parla di carcerati, di malati, di roba. Parla come i giornalisti, ma separando con spazi ad effetto le parole. Parla di cose che non ha mai visto (essendo morto): la roba? chi la cerca più! I carcerati? descritti come cose chiuse nelle prigioni. L'ha mai visto lui un carcerato, davvero? c'ha mai parlato? io no, per questo non ne scrivo. Non parlo dei morti di aids se non so che cosa siano, se le mie fonti sono pulp fiction e al meglio un po' di almodòvar. Io sto zitta, sono sempre stata zitta sulle cose che non conoscevo, ma questo l'ho visto, lo conosco: c'era un prigioniero, nella sala a cielo aperto, entrato di soppiatto nel Tempio per rubare un po' di parole scritte (o per portarle a un amico di dentro) e nessuno, l'ha visto, nessuno c'ha parlato; s'è sentito chiamare per nome "prigioniero" ma poi ha visto che era di carta, s'è tranquillizzato e se n'è andato per la sua strada. E poi c'era uno, in un angolo, fra i libri in inglese e quelli di viaggi, proprio sotto la foto di Ernest con la moglie, con la siringa nel braccio e i segni dell'aids (che io non conosco) sulle braccia, nei vestiti, sulla faccia. Stava morendo, d'overdose o di schifo e io volevo alzarmi ma non potevo, stavano sempre parlando, l'angioletto rassicurava i baffetti che un critico non critica, asserisce, al limite corregge il tiro. E quello lì, moriva. e Loro parlavano, si davano pacche sulle spalle "che fatica pubblicare, produrre!". Ma poi fortunatamente ho mosso un sopracciglio e tutto s'è rivelato, ha cominciato a rimpicciolire e crescere, le bocche smisurate inutili, le mani vuote, bucate, l'orologio d'oro... diventava tutto più piccolo, inutile, riportato in poco tempo a ciò che è: una figurina di carta, un Ken e. tutti piccoli, sempre più piccoli... E mi sono svegliata. Accanto a me sempre il libro dei lunghi coltelli, di carta anche lui, ma vero.
Meno male che era solo un sogno.

domenica 11 maggio 2008

di passaggio

sono troppo tumultuosamente rabbiosa per poter scrivere con lucidità altro che sfilze di parolacce (chi mi è accanto lo sa) quindi vi segnalo la mia creazione di oggi:
















preso da qui



e quest'ultimo ritrovato della tecnica:
http://www.youtube.com/watch?v=6q3oNRvRxFA&feature=related