| Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti. Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli. Le immagini che ci vengono presentate danno una prima risposta a questa domanda, o più precisamente permettono di riformularla perché gettano una luce cruda sulla faccia nascosta della globalizzazione e, allo stesso tempo, mettono in evidenza un’altra dimensione dei nonluoghi. Quello che ci permettono di scoprire, infatti, non è l’anonimato di quegli spazi in cui si passa soltanto, la solitudine provvisoria del viaggiatore in transito o la libertà alienata del consumatore medio nei reparti dell’ipermercato, ma lo scontro tra due mondi ognuno dei quali si presenta come il negativo dell’altro. Coloro che fuggono davanti alla miseria, alla fame o alla tirannia, alle violenze della natura e della Storia, e che si gettano a volte in mare mettendo in pericolo la propria stessa vita, vivono in una logica del tutto o del niente, del «si salvi chi può», e tagliano ogni legame con il luogo d’origine, anche se agiscono nella speranza di poter aiutare in seguito quelli che hanno lasciato a casa. È il momento della fuga insensata. L’esercito disordinato dei sopravvissuti sbarca sulle spiagge dell’esilio già ingombre dei cadaveri che il mare ha rigettato: strano paradiso, quello che in genere, molto rapidamente, prende la forma di campi di internamento. L’altro mondo, quello al quale vorrebbero accedere e che continua a sfuggirgli, non riescono mai a raggiungerlo. Resta un miraggio, anche per chi riesce a penetrarvi clandestinamente. Non c’è niente di più tragico del destino di questi individui presi in trappola tra due negazioni: quella dell’origine e quella del presente, ma condannati a sperare, tuttavia, o piuttosto a ripetere, per sfuggire al nonsenso totale. Finite, allora, o rinviate a più tardi, le sottili distinzioni tra nonluoghi empirici e nonluoghi teorici, le considerazioni sfumate sulle varie relazioni che si possono avere con spazi diversi. Le immagini che abbiamo sotto gli occhi ci mostrano innanzitutto individui che hanno perduto il loro luogo senza averne trovato un altro, individui doppiamente assegnati ai nonluoghi, in un certo senso. Spesso gli africani in fuga strappano i loro documenti di identità per evitare, una volta presi, di essere rimandati nel Paese d’origine: come non-persone hanno una maggiore possibilità di aggrapparsi un po’ più a lungo ai nonluoghi sui quali sono andati ad arenarsi. Del resto, sono proprio due mondi quelli che si scontrano: un mondo da cui bisogna fuggire per sopravvivere e un mondo che fa di tutto per respingere questa invasione della miseria, erige muri per contenerne gli assalti, fa pattugliare le frontiere dalle forze dell’ordine, raffina i metodi di indagine e apre campi per parcheggiarvi coloro che sono riusciti, malgrado tutto, ad arrivare. Da un lato, quindi, i nonluoghi dell’abbondanza (aeroporti, autostrade, supermercati). Dall’altro, i nonluoghi della miseria: rifugio, a volte (quando accolgono, come accade in Africa, le masse in fuga a causa dei massacri e della repressione), e prigione (quando vi si rinchiudono quelli che hanno infine messo piede sulla terra promessa). Sempre, contemporaneamente, rifugio e prigione, oggetti, allo stesso tempo, del controllo poliziesco e dell’assistenza umanitaria. Che cos’hanno in comune questi due tipi di nonluoghi? Più di quanto non sembri, forse. Perché è evidentemente proprio nei punti di contatto e di passaggio da un mondo all’altro — gli aeroporti, i grandi assi stradali, i porti — che si mettono in atto meccanismi di difesa. Inoltre, sono i mezzi di trasporto più caratteristici della nostra epoca (gli aerei e i loro carrelli d’atterraggio, i grossi camion e i loro container) a fornire al clandestino un veicolo e un nascondiglio. Gli aeroporti hanno le loro sale di detenzione e gli espulsi vengono caricati su aerei di linea o su charter. I punti di passaggio hanno un’importanza strategica. È là che si dispiegano i mezzi di sorveglianza più perfezionati, ma è sempre là, nel punto di congiunzione tra i due mondi, che passano i turisti. Attratti dall’esotismo, dalla sabbia, dal sole o dal sesso, vi si affollano per recarsi nei Paesi che i migranti cercano di lasciare. Questi due movimenti che vanno in senso inverso (il turismo e la migrazione) si incrociano e si ignorano. È inevitabile pensare, vedendo una coppia occidentale distesa sotto l’ombrellone, intenta a rilassarsi contemplando il mare a due passi da un cadavere arenato sulla spiaggia, che l’immagine è emblematica della nostra epoca. |
mercoledì 14 luglio 2010
Luoghi e nonluoghi, rifugi e prigioni: un bell'articolo di Marc Augé
mercoledì 16 giugno 2010
Fra un cupcake e una versione della Carmen...
La crisi dell'impiego accademico, risultato di una grande espansione dell'educazione universitaria verificatasi fra la fine del XVI secolo e il principio del XVII, non era solo un fenomeno sociologico; aveva - o si riteneva avesse - anche implicazioni ideologiche.
Per esempio Thomas Hobbes imputò la responsabilità della rivolta contro Carlo I all'ambiente accademico, che insegnando la storia greca e romana aveva indotto il popolo ad ammirare il "glorioso nome della libertà" e di conseguenza a considerare la monarchia come una "tirannide". Il fulcro della ribellione è nelle università, scrive Hobbes:
È infatti cosa ben difficile per gli uomini (che hanno tutti un'opinione elevata del proprio ingegno), dopo aver anche acquisito la cultura dell'università, persuadersi d'esser privi d'una qualsiasi delle capacità necessarie per governare uno stato.
Al principio del XVII secolo nelle due università si laureavano più di quattrocento studenti ogni anno. Curtis calcola che ci fossero cento studenti in soprannumero rispetto ai posti vacanti nella Chiesa. Questo è solo un aspetto di un processo più generale in cui la mancanza di "opportunità per sfruttare appieno la loro preparazione e il loro ingegno" portava alla formazione di "un gruppo irriducibile di intellettuali alienati che, individualmente o collettivamente, creavano problemi in un'epoca di crescente insoddisfazione verso il regno degli Stuart"
Ricordo a tutti che a Carlo I è stata tagliata la testa, ma nessuno l'ha ricordato come un martire.
Cosa posso dire: Speriamo!
martedì 16 giugno 2009
Un mondo sotto sfratto
martedì 5 maggio 2009
ripartenze
divorzi
Adesso torno (come l'influenza) per porre a tutti un dubbio amletico: perché? So che vi aspettate qualcosa di meravigliosamente profondo, mentre io semplicemente mi chiedo perchè mai Miriam-Veronica abbia chiesto il divorzio.
Premesso che:
- non mi bevo la storia della moglie offesa
- non mi bevo l'innocenza delle uscite degli ultimi anni
- non mi bevo affatto la storia della moglie colta e raffinata
Sebbene il suo patrimonio non stia (nominalmente) tutto nelle sue mani questo non significa che non sarà un colpo per le sue finanze - o no?
Resto nel dubbio e continuo a meditare.
ps: tra l'altro vi faccio notare quanto sia ridicola l'accoppiata dei nomi miriam-veronica (tutta un'aura di santità, purezza e pietà) in tutta questa situazione
mercoledì 1 aprile 2009
Colazioni
ma potete anche solo godervi facce e foto: sono sorprendenti a volte!
martedì 13 gennaio 2009
Per i clandestini c'è il rimpatrio, per tutto il resto c'è mastercard
Non mi piace la sensazione di accerchiamento che viene dal dire che chi canta De André non fa e non è d'accordo con le leggi che ci sono adesso in Italia, per molti motivi: innanzitutto non è vero, perché sta nella grandezza dei poeti (ironia della sorte) essere graditi a molti nonostante le loro idee; in secondo luogo perché non siamo tutti d'accordo su quello che cantava oppure, se volete essere più sottili, siamo contrari con sfumature differenti - il che può non essere sbagliato ma mi sembra (uh, come sono radicale) incompatibile con il "cantiamo tutti a squarciagola"; in terzo luogo perché anche chi non fa una scelta, in fondo, sceglie: e con questo non intendo noi privati cittadini (semplicemente perché non sono così arrogante da chiedere agli altri ciò che non faccio) ma chi da persona di spettacolo partecipa senza condividere quello che diceva De André abbastanza da muoversi in prima persona.
Non dimentico che anche De André era un personaggio dello spettacolo, in fondo, un cantante. Ma mi sembra che il modo in cui cercava di fare spettacolo e dare scandalo fosse finalizzato a muovere le coscienze, farle pensare prima e piuttosto che a fare audience (che in fondo, ve lo ricordo, significa soldi).
I poeti piacciono ma non servono: De André serve. Ci serve la radicalità e la purezza, ci serve la riflessione e la bellezza, non solo la bellezza. E lo spettacolo celebra la bellezza e poco altro: se volete la grandezza di saper rendere bello ciò che è radicale, puro e profondo, è come guardare le rose nate dove cammina una puttana.
La mia irritazione nasce dal fatto che De André è solo l'ultimo della fila: prima è venuto Saviano (è un romanzo? è un reportage? che importa cosa dice, tanto siamo il paese della bellezza dei romanzi in forma di reportage) per dirne uno, o in tono minore Biagi (che carriera stupenda! e il fatto che il presidente del consiglio abbia chiuso il suo programma? ah, è tutto perdonato!). E vai ancora con le estremizzazioni, le radicalizzazioni e le minuzie, ma mi pare che in questo momento non ce ne siano molte in giro e mi sembra giusto riequilibrare la bilancia.
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lunedì 12 gennaio 2009
Bombe su Fabrizio
perché provetti nel loro mestiere
rendano edotta la popolazione
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana
ad ogni fine di settimana sopra la rendita di una puttana
1. si prende qualcosa di scottante, di vivo e polemico, qualcosa di ferito e grande e indignato (una di quelle cose che così facilmente nascono in questo paese bellissimo e violento)
2. se ne osserva con garbo la bellezza, l'armonia, la pienezza del senso (nel frattempo il messaggio, la forza, l'indignazione finiscono nella polvere, sotto il tappeto)
3. si innalzano a messaggio nazionale, normalizzato, buono per tutti: mi dite cosa c'entra in questa italia un cantante di puttanieri, di storpi e giudici infami? mi dite cosa ci fa uno che cantava la violenza dei preti in prima serata?
4. si neutralizza qualsiasi cosa, come cauterizzata, immobilizzata, arresa.
A cosa serve cantare de André tutti insieme mentre le puttane vengono tolte dalle strade per il buon costume pubblico? a cosa serve de André in un paese in cui si prendono le impronte degli zingari?
Preceduto da un telegiornale in cui si saranno contati i morti 300 palestinesi. 6 israeliani. Poverini. Seguito (possibilmente) da uno speciale sul Santo di Pietralcina, forse altrettando Grande.
L'avete ucciso, quel poco di vita che c'era ancora in lui è morta, adesso.
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l'anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c'e' il bene e c'è il male.
mercoledì 19 novembre 2008
Off Topic
II. L’umanità, non é fatta di grandi e piccole razze. È invece, prima di tutto, una rete di persone collegate. È vero che gli esseri umani si aggregano in gruppi d’individui, comunità locali, etnie, nazioni, civiltà; ma questo non avviene in quanto hanno gli stessi geni ma perché condividono storie di vita, ideali e religioni, costumi e comportamenti, arti e stili di vita, ovvero culture. Le aggregazioni non sono mai rese stabili da DNA identici; al contrario, sono soggette a profondi mutamenti storici: si formano, si trasformano, si mescolano, si frammentano e dissolvono con una rapidità incompatibile con i tempi richiesti da processi di selezione genetica.
III. Nella specie umana il concetto di razza non ha significato biologico. L’analisi dei DNA umani ha dimostrato che la variabilità genetica nelle nostra specie, oltre che minore di quella dei nostri “cugini” scimpanzé, gorilla e orangutan, è rappresentata soprattutto da differenze fra persone della stessa popolazione, mentre le differenze fra popolazioni e fra continenti diversi sono piccole. I geni di due individui della stessa popolazione sono in media solo leggermente più simili fra loro di quelli di persone che vivono in continenti diversi. Proprio a causa di queste differenze ridotte fra popolazioni, neanche gli scienziati razzisti sono mai riusciti a definire di quante razze sia costituita la nostra specie, e hanno prodotto stime oscillanti fra le due e le duecento razze.
IV. È ormai più che assodato il carattere falso, costruito e pernicioso del mito nazista della identificazione con la “razza ariana”, coincidente con l’immagine di un popolo bellicoso, vincitore, “puro” e “nobile”, con buona parte dell’Europa, dell’India e dell’Asia centrale come patria, e una lingua in teoria alla base delle lingue indo-europee. Sotto il profilo storico risulta estremamente difficile identificare gli Arii o Ariani come un popolo, e la nozione di famiglia linguistica indo-europea deriva da una classificazione convenzionale. I dati archeologici moderni indicano, al contrario, che l’Europa è stata popolata nel Paleolitico da una popolazione di origine africana da cui tutti discendiamo, a cui nel Neolitico si sono sovrapposti altri immigranti provenienti dal Vicino Oriente. L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa. Nonostante la drammatica originalità del razzismo fascista, si deve all’alleato nazista l’identificazione anche degli italiani con gli “ariani”.
V. È una leggenda che i sessanta milioni di italiani di oggi discendano da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. Gli stessi Romani hanno costruito il loro impero inglobando persone di diverse provenienze e dando loro lo status di cives romani. I fenomeni di meticciamento culturale e sociale, che hanno caratterizzato l’intera storia della penisola, e a cui hanno partecipato non solo le popolazioni locali, ma anche greci, fenici, ebrei, africani, ispanici, oltre ai cosiddetti ”barbari”, hanno prodotto l’ibrido che chiamiamo cultura italiana. Per secoli gli italiani, anche se dispersi nel mondo e divisi in Italia in piccoli Stati, hanno continuato a identificarsi e ad essere identificati con questa cultura complessa e variegata, umanistica e scientifica.
VI. Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano. L’Italia come Nazione si é unificata solo nel 1860 e ancora adesso diversi milioni di italiani, in passato emigrati e spesso concentrati in città e quartieri stranieri, si dicono e sono tali. Una delle nostre maggiori ricchezze, é quella di avere mescolato tanti popoli e avere scambiato con loro culture proprio “incrociandoci” fisicamente e culturalmente. Attribuire ad una inesistente “purezza del sangue” la “nobiltà” della “Nazione” significa ridurre alla omogeneità di una supposta componente biologica e agli abitanti dell’attuale territorio italiano, un patrimonio millenario ed esteso di culture.
VII. Il razzismo é contemporaneamente omicida e suicida. Gli Imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati. Così é avvenuto e avviene nelle Nazioni con le guerre civili e quando, per arginare crisi le minoranze sono state prese come capri espiatori. Il razzismo é suicida perché non colpisce solo gli appartenenti a popoli diversi ma gli stessi che lo praticano. La tendenza all’odio indiscriminato che lo alimenta, si estende per contagio ideale ad ogni alterità esterna o estranea rispetto ad una definizione sempre più ristretta della “normalità”. Colpisce quelli che stanno “fuori dalle righe”, i “folli”, i “poveri di spirito”, i gay e le lesbiche, i poeti, gli artisti, gli scrittori alternativi, tutti coloro che non sono omologabili a tipologie umane standard e che in realtà permettono all’umanità di cambiare continuamente e quindi di vivere. Qualsiasi sistema vivente resta tale, infatti, solo se é capace di cambiarsi e noi esseri umani cambiamo sempre meno con i geni e sempre più con le invenzioni dei nostri “benevolmente disordinati” cervelli.
VIII. Il razzismo discrimina, nega i collegamenti, intravede minacce nei pensieri e nei comportamenti diversi. Per i difensori della razza italiana l’Africa appare come una paurosa minaccia e il Mediterraneo è il mare che nello stesso tempo separa e unisce. Per questo i razzisti sostengono che non esiste una “comune razza mediterranea”. Per spingere più indietro l’Africa gli scienziati razzisti erigono una barriera contro “semiti” e “camiti”, con cui più facilmente si può entrare in contatto. La scienza ha chiarito che non esiste una chiara distinzione genetica fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono state assolutamente dimostrate, dal punto di vista paleontologico e da quello genetico, le teorie che sostengono l’origine africana dei popoli della terra e li comprendono tutti in un’unica razza.
IX. Gli ebrei italiani sono contemporaneamente ebrei ed italiani. Gli ebrei, come tutti i popoli migranti ( nessuno é migrante per libera scelta ma molti lo sono per necessità) sono sparsi per il Mondo ed hanno fatto parte di diverse culture pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione. Così é successo ad esempio con gli armeni, con gli stessi italiani emigranti e così sta succedendo con i migranti di ora: africani, filippini, cinesi, arabi dei diversi Paesi , popoli appartenenti all’Est europeo o al Sud America ecc. Tutti questi popoli hanno avuto la dolorosa necessità di dover migrare ma anche la fortuna, nei casi migliori, di arricchirsi unendo la loro cultura a quella degli ospitanti, arricchendo anche loro, senza annullare, quando é stato possibile, né l’una né l’altra.
X. L’ideologia razzista é basata sul timore della “alterazione” della propria razza eppure essere “bastardi” fa bene. È quindi del tutto cieca rispetto al fatto che molte società riconoscono che sposarsi fuori, perfino con i propri nemici, è bene, perché sanno che le alleanze sono molto più preziose delle barriere. Del resto negli umani i caratteri fisici alterano più per effetto delle condizioni di vita che per selezione e i caratteri psicologici degli individui e dei popoli non stanno scritti nei loro geni. Il “meticciamento” culturale é la base fondante della speranza di progresso che deriva dalla costituzione della Unione Europea. Un’Italia razzista che si frammentasse in “etnie” separate come la ex-Jugoslavia sarebbe devastata e devastante ora e per il futuro. Le conseguenze del razzismo sono infatti epocali: significano perdita di cultura e di plasticità, omicidio e suicidio, frammentazione e implosione non controllabili perché originate dalla ripulsa indiscriminata per chiunque consideriamo “altro da noi”.
Primi firmatari:
- ·Enrico Alleva, Docente di Etologia, Istituto Superiore di Sanità, Roma
- ·Guido Barbujani, Docente di Genetica di popolazioni, Università Ferrara
- ·Marcello Buiatti, Docente di Genetica, Università di Firenze
- ·Laura dalla Ragione, Psichiatra e psicoterapeuta, Perugia
- ·Elena Gagliasso, Docente di Filosofia e Scienze del vivente, Università La Sapienza, Roma
- ·Rita Levi Montalcini, Neurobiologa, Premio Nobel per la Medicina
- ·Massimo Livi Bacci, Docente di demografia, Università di Firenze
- ·Alberto Piazza, Docente di Genetica Umana, Università di Torino
- · Agostino Pirella, Psichiatra, co-fondatore di Psichiatria democratica, Torino
- ·Francesco Remotti, Docente di Antropologia culturale, Università di Torino
- ·Filippo Tempia, Docente di Fisiologia, Università di Torino
sabato 25 ottobre 2008
Bene, mentre tutte queste simpatiche riflessioni si sviluppano il mondo continua a girare e la gelmini nella pausa fra parrucchiere e lifting incontra gli studenti inkazzati (sì, con la K, come sono ggiovane) fra cui il nostro (e vostro) rappresentate degli studenti al senato accademico. L'incontro finisce così:
NOI STUDENTI CONTINUIAMO CON LE MOBILITAZIONI!!!
Quindi, miei piccoli rivoluzionari dai riccioli al vento vi lascio con un appuntamento: Lunedì sera ad Otto e mezzo su La7 ci sarà Maurizio (Falsone) nostro rappresentante al senato accademico... stiamo monopolizzando otto e mezzo! alla scorsa puntata c'era pasquali!
mercoledì 22 ottobre 2008
Quinta Puntata: l'oppressione
Io invece come posso dormire tranquilla? Non per me non per noi, che viviamo in quest'isola felice di comunardi e rivoluzionari, nel cuore rosso del granducato (bah) ma per chi vive nelle città dai muri rossi, che nascondono cuori (e schede elettorali) nere o verdi. O celesti, peggio che andar di notte! Per loro mi preoccupo, per i loro occhi accesi e i cuori pulsanti, o per chi vive a un passo dal centro del governo e della merda che ci invade. Non conosco nessuno con la pelle abbastanza dura per queste cose e ho visto troppe facce raggianti troppe matricole tremanti ed esaltate alle assemblee oceaniche in piazza dei cavalieri per non temere.
Il pacifismo è un'ottima scelta: contro la polizia non si combatte, anche perchè si rischia di prenderle a 18 anni con le mani alzate e un musino da Garfield.
Ma con che coraggio scegliere di non reagire a chi minaccia quegli occhi quelle mani quei cuori?
lunedì 29 settembre 2008
La Comunità del Dente Dolente si allarga: Benvenuti!
Presidente: Nenicchia
Segretario 1: Lauret
Buffone di Corte: Ade quando ha il mal di denti
Bombarola: Linda
Prevedibile nonché ansiolitica: la mia Mamma
Membro temporaneo: Steppia (a ogni cambiar di luna)
Mascotte 1: Fievel
Mascotte doppia: Malpelo ovvero Dentino
domenica 21 settembre 2008
Comunità del Dente Dolente
Comunità del Dente Dolente
Presidente: Nenicchia
Segretario 1: Lauret
Buffone di Corte: Ade quando ha il mal di denti

olè olè olè
lunedì 8 settembre 2008
E ora... qualcosa di completamente diverso
martedì 2 settembre 2008
La storia delle cose, appendice
Il mondo
è a una drammatica stretta
ho visto un panda
con la mia faccia sulla maglietta
(Stefano Benni)
domenica 31 agosto 2008
La storia delle cose
Intanto puppatevi la storia delle cose: è IMPORTANTE CHE LO GUARDIATE, SE NON L'AVETE ANCORA FATTO. Se l'avete già letto, come direbbe Manzoni, passate al prossimo post.
e ANCHE la seconda parte!!
uff non mi ero accorta che c'è anche la parte terza. Scusate, la pagina sarà pesantissima, ma è necessario. E poi se vi lasciavo solo i link a youtube chi c'andava?? :)
è tutto per oggi
giovedì 10 luglio 2008
Quello che manca
Si critica la Guzzanti perché ha detto quello che ha fatto la carfagna, non si racconta LE ALTRE cose che ha detto. Si parla delle offese di Travaglio e Grillo ma non QUELLO che hanno detto oltre a questo. E in questo fanno coro TUTTE le fonti di informazioni, eccetto quelle che mostrano i fatti, eccetto i documenti. Molto divertente.
Due parole da una che a Roma non c'era (neanche il Nostro Romano, credo), da questa sonnacchiosa provincia d'italia che nel piccolo racchiude il grande, che respira appena ma vive e si rivolta nel letto, inquieta.
Caro direttore,
quando tutta la stampa (Unità compresa), tutte le tv e persino alcuni protagonisti dicono la stessa cosa, e cioè che l’altroieri in Piazza Navona due comici (Beppe Grillo e Sabina Guzzanti) e un giornalista (il sottoscritto) avrebbero “insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano e quello vaticano, la prima reazione è inevitabile: mi sono perso qualcosa? Mi sono distratto e non ho sentito alcune cose - le più gravi - dette da Beppe, da Sabina e da me stesso? Poi ho controllato direttamente sui video, tutti disponibili su you tube e sui siti di vari giornali, e sono spiacente di comunicarti che nulla di ciò che è stato scritto e detto da tv e giornali (Unità compresa) è realmente accaduto: nessuno ha insultato né vilipeso Giorgio Napolitano né Benedetto XVI. Nessuno ha “rovinato una bella piazza”. E’ stata, come tu hai potuto constatare de visu, una manifestazione di grande successo, sia per la folla, sia per la qualità degli interventi (escluso ovviamente il mio).
Per la prima volta si sono fuse in una cinque piazze che finora si erano soltanto sfiorate: quella di Di Pietro, quella di molti elettori del Pd, quella della sinistra cosiddetta radicale, quella dei girotondi e quella dei grillini, non sempre sovrapponibili. E un minimo di rigetto era da mettere in conto. Ma è stata una bella piazza plurale, sia sotto che sopra il palco: idee, linguaggi, culture, sensibilità, mestieri diversi, uniti da un solo obiettivo. Cacciare il Caimano. Le prese di distanza e i distinguo interni, per non parlare delle polemiche esterne, sono un prodotto autoreferenziale del Palazzo (chi fa politica deve tener conto degli alleati, delle opportunità, degli elettori, di cui per fortuna gli artisti e i giornalisti, essendo “impolitici”, possono tranquillamente infischiarsi). La gente invece ha applaudito Grillo e Sabina come Colombo (anche quando ha chiesto consensi per Napolitano), Di Pietro, Flores e gli altri oratori, ma anche i politici delle più varie provenienze venuti a manifestare silenziosamente. Applausi contraddittorii, visto che gli applauditi dicevano cose diverse? Non credo proprio. Era chiaro a tutti che il bersaglio era il regime berlusconiano con le sue leggi canaglia, compresi ovviamente quanti non gli si oppongono.
Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra l’altro, a parte lo Zimbabwe, non c’è nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia l’elenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senz’alcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo “Stupid White Man” (pubblicato in Italia da Mondadori…), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni l’ex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la “sala orale”. In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film “Pulp Fiction” in “Peuple fiction”, irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di “antibushismo”, di “anticlintonismo”, di “antichirachismo”, di “insulti alla Casa Bianca” o di “vilipendio all’Eliseo”. Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale.
Quelli che son risuonati l’altroieri in piazza Navona non erano “insulti”. Erano critiche. Grillo, insolitamente moderato e perfino affettuoso, ha detto che “a Napolitano gli voglio bene, ma sonnecchia come Morfeo e firma tutto”, compreso il via libera al lodo Alfano che crea una “banda dei quattro” con licenza di delinquere. Ha sostenuto che Pertini, Scalfaro e Ciampi non l’avrebbero mai firmato (sui primi due ha ragione: non su Ciampi, che firmò il lodo Schifani). E ha ricordato che l’altro giorno, mentre Napoli boccheggia sotto la monnezza, il presidente era a Capri a festeggiare il compleanno con la signora Mastella, reduce dagli arresti domiciliari, e Bassolino, rinviato a giudizio per truffa alla regione che egli stesso presiede. Tutti dati di fatto che possono essere variamente commentati: non insulti o vilipendi.
Io, in tre parole tre, ho descritto la vergognosa legge Berlusconi che istituisce un’ ”aggravante razziale” e dunque incostituzionale, punendo - per lo stesso reato - gli immigrati irregolari più severamente degli italiani, e mi sono rammaricato del fatto che il Quirinale l’abbia firmata promulgando il decreto sicurezza. Nessun insulto: critica. Veltroni sostiene che io avrei “insultato” anche lui, e che “non è la prima volta”. Lo invito a rivedersi il mio intervento: nessun insulto, un paio di citazioni appena: per il resto la cronistoria puntuale dell’ennesima resurrezione di Al Tappone dalle sue ceneri grazie a chi - come dice Furio Colombo - “confonde il dialogo con i suoi monologhi”. Sono altri dati di fatto, che possono esser variamente valutati, ma non è né insulto né vilipendio. O forse il Colle ha respinto al mittente qualche legge incostituzionale, e non me ne sono accorto? Sono o non sono libero di pensare e di dire che preferivo Scalfaro e i suoi no al Cavaliere? Oppure la libertà di parola, conquistata al prezzo del sangue dai nostri padri, s’è ridotta a libertà di applauso? Forse qualcuno dimentica che quella c’è anche nelle dittature. E’ la libertà di critica che contraddistingue le democrazie. Se poi a esercitarla su temi quali la laicità, gli infortuni sul lavoro, l’ambiente, la malafinanza, la malapolitica, il precariato, la legalità, la libertà d’informazione sono più i comici che i politici, questa non è certo colpa dei comici.
Poi c’è Sabina. Che ha fatto, di tanto grave, Sabina? Ha usato fino in fondo il privilegio della satira, che le consente di chiamare le cose con il loro nome senza le tartuferie e le ipocrisie del politically correct, del politichese e del giornalese: ha tradotto in italiano, con le parole più appropriate, quel che emerge da decine di cronache di giornale sulle presunte telefonate di una signorina dedita ad antichissime attività con l’attuale premier, che poi l’ha promossa ministra. Enrico Fierro ha raccolto l’altro giorno, sull’Unità, i pissi-pissi-bao-bao con cui i giornali di ogni orientamento, da Repubblica al Corriere, dal Riformatorio financo al Giornale, han raccontato quelle presunte chiamate (con la “m”). Ci voleva un quotidiano argentino, il “Clarin”, per usare il termine che comunemente descrive queste cose in Italia: “pompini”, naturalmente di Stato.
Quello di Sabina è stato un capolavoro di invettiva satirica, urticante e spiazzante come dev’essere un’invettiva satirica, senza mediazioni artistiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano “vergogna” non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue commedie con una “paràbasi”, cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parlava a nome del commediografo, dicendo la sua sui problemi della città. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda ancora con le barzellette). Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all’inferno. Posso garantire che, diversamente da me, lei all’inferno non crede. Quella era un’incursione artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all’inferno il pontefice di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era girotondino?
Il fatto è che un vasto e variopinto fronte politico-giornalistico aveva preparato i commenti alla manifestazione ancor prima che iniziasse: demonizzatori, giustizialisti, estremisti, forcaioli, nemici delle istituzioni, e ovviamente alleati occulti del Cavaliere. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbero scritto quel che hanno scritto. Lo sapevamo, e abbiamo deciso di non cedere al ricatto, parlando liberamente a chi era venuto per ascoltarci, non per usarci come pedine dei soliti giochetti. Poi, per fortuna, a ristabilire la verità sono arrivati i commenti schiumanti di Al Tappone e di tutto il centrodestra: tutti inferociti perchè la manifestazione spazza via le tentazioni di un’opposizione più morbida o addirittura di un inciucio sul lodo Alfano (ancora martedì sera, a Primo Piano, due direttori della sinistra “che vince”, Polito e Sansonetti, proclamavano in stereo: “Chi se ne frega del lodo Alfano”). La prova migliore del fatto che la manifestazione contro il Caimano e le sue leggi-canaglia è perfettamente riuscita.
venerdì 30 maggio 2008
Rettifica al Destinatario
Quindi io qui vi esimo, vi dispenso, vi esento. Vi faccio il certificato medico: sto quasi meglio se penso che non mi legge nessuno, sono quasi più libera.
Ovviamente non quando lancio appelli per la salvezza del mondo o vi richiamo su qualche dettaglio dell'orrore del presente ma insomma... non solo di questo si vive, purtroppo o per fortuna. Insomma, dal resto vi libero, come di un peso. Vi inciterei a bruciarlo e lanciarlo nel cielo per far volare più alti i pensieri, ma si tratta di parole digitali, liquide. E quindi fate così: non leggete, e nel tempo in cui avreste letto me guardate fuori dalla finestra gli invisibili pezzetti di schermo volare più alti dei piccioni, nel cielo.
vi bacio, o trentatre!
ps: mi sono resa conto di quanto sia difficile rendere in forma politically correct (amic*, compagn*, sfigat*) il termine lettore/lettrice: è un'azione fondamentalmente sessista! sono previste due Schiere di Lettori O Lettrici, opposte e contrapposte! Ma RIBELLIAMOCI dico io! insomma!! inventiamo una parola nuova (o suggeritemi qualcosa) da sostituire a questa terribile ingiustizia!!
Canto del Cavallino Zoppo
Sono momenti in cui il ghigno acido frustrato si trasforma in rabbia futile contro il mondo, contro la felicità, contro tutti quelli che credono in qualcosa, contro chi rappresenta la corrente contraria (a me).
Oggi è stata una giornata di grandi scoperte, un tuffo nel mio humus lontano ma soprattutto ho visto sorridere mia madre. Se può ancora davvero sorridere così, se mio padre può trovare forza di stare sveglio a risolvere integrali il mondo può cambiare, io posso cambiarlo e salvarli.
Domani studierò Dante sulla scrivania verde su cui depositavo forfora adolescente. Un nuovo inizio.
domenica 18 maggio 2008
REBELDIA!
In risposta a chi è pronto a incolpare cinesi, ebrei e musulmani del suo dolore di vivere:
REBELDIA!
...soprattutto ora che c'è da difenderla!
Non pensavo, davvero non pensavo che le finte sinistre potessero arrivare a tanto.

