venerdì 18 marzo 2011
Non i giorni ma le notti
giovedì 13 gennaio 2011
Preghiera al conigliolo
Oh, coniglio, coniglietto dalle orecchie più corte degli altri conigli, che te ne stai fermo, acquattato, con l'occhio sbarrato, il musetto che pulsa, i baffi frementi. Quante volte, da bambino e poi da ragazzo, ho visto conigli in croce contro il portone, in campagna, le zampette con i loro stivali di pelliccia, il resto del corpicino da cui era stata strappata via la pelle come un guanto. E poi i pezzi nel pentolone, e poi sulla tavola nei giorni di festa. Chissà perché Giuliano ti ha fatto con le orecchie così corte? Forse perché così non ti possono prendere per le orecchie e mettere in croce contro il portone. Ma che coniglio sei, se hai le orecchie corte? E che preghierina si può fare a un coniglio dalle orecchie corte?
Questa qui:
Oh, coniglio dalle orecchie corte, insegna a questo scrittore dalle orecchie lunghe a non farsi prendere e a non farsi mettere in croce contro il portone, insegnagli a scomparire prima del tempo, insegnagli a sottrarsi alla croce, al pentolone, alla tavola imbandita e all'altare.
venerdì 15 ottobre 2010
Sulla città perfetta
sabato 2 ottobre 2010
Una cosa felice e una triste
Cioè insomma due cose tristi.
Che però sono felici.
Perché sono belle.
Anche se sono terribili.
Ma forse allora non sono belle.
Sono confusa.
...
Comunque due storie che vale la pena di leggere:
Giacomo, fanciullo di domani
Giulia, donna di ieri
mercoledì 22 settembre 2010
Due immagini catturate
Oggi solo due chicchine:
1. Sto girando per diversi siti a tema "Fashion", ed è divertente finché riesci a dribblare gli orrori (a chi è forte di stomaco consiglio l'intera galleria). A un certo punto però ti imbatti in questo (il cerchio arancione è opera mia, ovviamente)
ti si apre uno squarcio, capisci tutto e gridi Eureka! (con buona pace dei colleghi): che senso ha, che interesse ha tutto questo? Semplice: IO, IO che sto al centro del mondo e mi fotografo vestita o non vestita, IO che blatero su me stessa e mi faccio blaterare addosso, IO IO IO IO io così tante volte che occupa l'intera tag cloud (l'altro tag è "Gallery" - di IO, ovviamente): tanti IO piccoli che credono di essere l'IO unico, il più grande e il più amato.
Che bellezza, la forza dei numeri.
2. Sempre sull'onda dei messaggi impliciti vi lascio con questo flash di Repubblica (?!) di oggi:
probabilmente l'associazione violenza-extracomunitario è inevitabile a prescindere dal contesto. Per le forze dell'ordine o per i giornalisti?
giovedì 9 settembre 2010
Si ricomincia?
Dopo un mese esatto di spostamenti, viaggi e delirio ho cominciato una nuova vita, altrove.
Mi porto dietro i segni di quella vecchia, ancora, e in fondo sono sempre io anche se in rapido cambiamento. Per esempio ho disimparato a prendere gli autobus giusti, a quanto pare, e sto facendo dei simpatici viaggi su e giù per Roma un po' a pé un po' de corsa.
Ok, enough about me, parliamo di robe più interessanti: per esempio voi rifiutate con affetto?
Iniziativa di alcuni comuni prevede di installare spazi appositi (cassonetti non mi piace) in cui lasciare oggetti usabili, a cui vogliamo bene e che non meritano di essere gettati: da questo spazio (una vetrinetta) chi passa può prendere ciò che gli piace o gli serve...
Immaginate che bello essere un bambino, vedere un giocattolo in una vetrina per strada e poter lasciare il suo per prenderlo (o prenderlo e basta): non è meraviglioso! stessa cosa per le borse! ...ehm... o cose più utili magari.
Insomma è un'idea fantastica del gruppo Publink, che spero si diffonderà moltissimo a breve ma per ora coinvolge solo i fortunati abitanti di Ravenna Rivignano Rovereto Mestre Matelica Venezia.
venerdì 6 agosto 2010
due segnalazioni di Saviano
giovedì 5 agosto 2010
Ancora su Blu
Questo più geometrico, più concettuale forse.
Questo invece più biologico, ma ancora lontano dalla fascinazione di Big Bang Boom.
Mi piace veder i colori reagire in questi spazi urbani, mi sembra che li riempia di nuovo dell'amore per le cose che di solito si tramuta in cura. Una cura ben strana, direbbero alcuni - ma è pur vero che le tracce di questi filmati restano, misteriose, sui muri e sui tubi, nei cortili e sulle facciate a testimoniare un passaggio, una scia d'amore.
La permanenza del digitale è fondamentale, visto che spariscono i disegni, scavalcati da altre linee e altre geometrie - non senza angoscia da parte mia: come coi caleidoscopi, ho sempre paura che l'immagine che amo e che perdo ora non riuscirò a ritrovarla domani. Non che non riuscirò a trovarne una uguale, ma è proprio quella, la stessa che mi mancherà.
Comunque ho saputo anche che recentemente Blu ha completato un lavoro a Varsavia, appena prima dei festeggiamenti per la liberazione della capitale dal nazismo. Un po' didattico forse, ma l'effetto finale è comunque grandioso, un urlo.
mercoledì 4 agosto 2010
frammenti Sulla situazione dell'Università italiana, finalmente
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| Photo by Tanja |
martedì 3 agosto 2010
Due sguardi sull'Italia, anzi su Roma
Oggi però ho trovato due cose interessanti, per una volta due articoli che illuminano certi modi di fare del nostro paese.
Il primo è inglese, e con acume e lucidità inchioda certi modi di fare del nostro giornalismo nei confronti della Chiesa (quella con la C maiuscola). (qui l'originale)
Il secondo invece è spagnolo, un po' meno interessante, ma dice cose illuminanti sulla nostra (fra poco Mia) capitale. (qui l'originale).
Li posto, oltre che linkarli, per poter sottolineare qualche passaggio. Buona lettura :)
giovedì 29 luglio 2010
Lettera sul cammino di Santiago
martedì 27 luglio 2010
Il piccolo circo di Alexander Calder
Fra i miei amori recenti e viscerali campeggia ultimamente Calder. I suoi giochi di fil di ferro sono imprendibili con la macchina fotografica, credo che anche la videocamera sarebbe inutile. Forse una cinepresa, con i fotogrammi che saltano e il suo rumorino di fondo, indefinibile e, per noi digitali, un filo magico.
lunedì 26 luglio 2010
Kubideh Kitchen

giovedì 22 luglio 2010
Big Bang Big... Boom!
Mi piacciono un sacco le cose che fa, ho visto un pochino il suo sito con il blog e la produzione. Per il poco che ne so mi sembra che il suo modo di riempire gli spazi sia interessante, un uso del colore giustificato, sempre comunicativo. Una comunicazione semplice forse, ma comprensibile, appunto. Un pugno allo stomaco senza essere realistico.
giovedì 15 luglio 2010
All'amata me stessa
Quattro. Pesanti come un colpo.
"A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio".
Ma uno come me dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S'io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,
accarezzando la luna.
Dove trovare un'amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!
O s'io fossi povero come un miliardario.. Che cos'è il denaro per l'anima?
Un ladro insaziabile s'annida in essa:
all'orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l'oro di tutte le Californie!
S'io fossi balbuziente come Dante o Petrarca...
Accendere l'anima per una sola, ordinarle coi versi...
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.
O s'io fossi silenzioso, umil tuono... Gemerei stringendo
con un brivido l'intrepido eremo della terra...
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.
Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s'io fossi appannato come il sole...
Che bisogno ho io d'abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?
Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?
Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?

Teatro degli Orrori, Majakovskij
le quattro
pesanti come un colpo
a Cesare ciò ch'è di Cesare
e a Dio, ciò ch'è di Dio
se io fossi piccolo
come il grande oceano
camminerei sulla punta dei piedi delle onde nell'alta marea sino a sfiorar la luna dove trovare un'amata uguale a me
angusto sarebbe il cielo per potermi contenere
se io fossi povero
come un miliardario
che cos'è il denaro per l'anima è un ladro insaziabile si annida in essa all'orda di tutti i miei più sfrenati desideri non basterebbe l'oro di tutte le Californie x2
se io potessi balbettare
come Dante, o Petrarca accendere l'anima per una sola ordinarle coi versi di bruciare le parole del mio amore sarebbero un arco di trionfo e pompose ed inutili vi passerebbero le amanti di tutti i secoli dei secoli e così sia
se io fossi silenzioso
come il tuono
gemerei, abbracciando in un tremito il decrepito eremo terrestre urlerò con la mia voce immensa le comete torceranno le ali fiammeggianti e giù si getteranno, a capofitto per la malinconia
coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
se io fossi buio
come il sole
ma perché ma perché mai dovrei io abbeverare con il mio splendore il ventre dimagrato della terra
morirò
e porterò via con me il mio amore immenso in quali notti quali malattie da quali Golia fui generato così grande così inutile
Smodato amor proprio? Eppure così (finalmente) mi sento, in questo momento della vita. E, come disse l'innamorata di "Ufficiale e gentiluomo"
«Se davvero vuoi diventare un ufficiale devi credere che lo diventerai, devi crederci davvero»
E io lo credo.
mercoledì 14 luglio 2010
Luoghi e nonluoghi, rifugi e prigioni: un bell'articolo di Marc Augé
| Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti. Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli. Le immagini che ci vengono presentate danno una prima risposta a questa domanda, o più precisamente permettono di riformularla perché gettano una luce cruda sulla faccia nascosta della globalizzazione e, allo stesso tempo, mettono in evidenza un’altra dimensione dei nonluoghi. Quello che ci permettono di scoprire, infatti, non è l’anonimato di quegli spazi in cui si passa soltanto, la solitudine provvisoria del viaggiatore in transito o la libertà alienata del consumatore medio nei reparti dell’ipermercato, ma lo scontro tra due mondi ognuno dei quali si presenta come il negativo dell’altro. Coloro che fuggono davanti alla miseria, alla fame o alla tirannia, alle violenze della natura e della Storia, e che si gettano a volte in mare mettendo in pericolo la propria stessa vita, vivono in una logica del tutto o del niente, del «si salvi chi può», e tagliano ogni legame con il luogo d’origine, anche se agiscono nella speranza di poter aiutare in seguito quelli che hanno lasciato a casa. È il momento della fuga insensata. L’esercito disordinato dei sopravvissuti sbarca sulle spiagge dell’esilio già ingombre dei cadaveri che il mare ha rigettato: strano paradiso, quello che in genere, molto rapidamente, prende la forma di campi di internamento. L’altro mondo, quello al quale vorrebbero accedere e che continua a sfuggirgli, non riescono mai a raggiungerlo. Resta un miraggio, anche per chi riesce a penetrarvi clandestinamente. Non c’è niente di più tragico del destino di questi individui presi in trappola tra due negazioni: quella dell’origine e quella del presente, ma condannati a sperare, tuttavia, o piuttosto a ripetere, per sfuggire al nonsenso totale. Finite, allora, o rinviate a più tardi, le sottili distinzioni tra nonluoghi empirici e nonluoghi teorici, le considerazioni sfumate sulle varie relazioni che si possono avere con spazi diversi. Le immagini che abbiamo sotto gli occhi ci mostrano innanzitutto individui che hanno perduto il loro luogo senza averne trovato un altro, individui doppiamente assegnati ai nonluoghi, in un certo senso. Spesso gli africani in fuga strappano i loro documenti di identità per evitare, una volta presi, di essere rimandati nel Paese d’origine: come non-persone hanno una maggiore possibilità di aggrapparsi un po’ più a lungo ai nonluoghi sui quali sono andati ad arenarsi. Del resto, sono proprio due mondi quelli che si scontrano: un mondo da cui bisogna fuggire per sopravvivere e un mondo che fa di tutto per respingere questa invasione della miseria, erige muri per contenerne gli assalti, fa pattugliare le frontiere dalle forze dell’ordine, raffina i metodi di indagine e apre campi per parcheggiarvi coloro che sono riusciti, malgrado tutto, ad arrivare. Da un lato, quindi, i nonluoghi dell’abbondanza (aeroporti, autostrade, supermercati). Dall’altro, i nonluoghi della miseria: rifugio, a volte (quando accolgono, come accade in Africa, le masse in fuga a causa dei massacri e della repressione), e prigione (quando vi si rinchiudono quelli che hanno infine messo piede sulla terra promessa). Sempre, contemporaneamente, rifugio e prigione, oggetti, allo stesso tempo, del controllo poliziesco e dell’assistenza umanitaria. Che cos’hanno in comune questi due tipi di nonluoghi? Più di quanto non sembri, forse. Perché è evidentemente proprio nei punti di contatto e di passaggio da un mondo all’altro — gli aeroporti, i grandi assi stradali, i porti — che si mettono in atto meccanismi di difesa. Inoltre, sono i mezzi di trasporto più caratteristici della nostra epoca (gli aerei e i loro carrelli d’atterraggio, i grossi camion e i loro container) a fornire al clandestino un veicolo e un nascondiglio. Gli aeroporti hanno le loro sale di detenzione e gli espulsi vengono caricati su aerei di linea o su charter. I punti di passaggio hanno un’importanza strategica. È là che si dispiegano i mezzi di sorveglianza più perfezionati, ma è sempre là, nel punto di congiunzione tra i due mondi, che passano i turisti. Attratti dall’esotismo, dalla sabbia, dal sole o dal sesso, vi si affollano per recarsi nei Paesi che i migranti cercano di lasciare. Questi due movimenti che vanno in senso inverso (il turismo e la migrazione) si incrociano e si ignorano. È inevitabile pensare, vedendo una coppia occidentale distesa sotto l’ombrellone, intenta a rilassarsi contemplando il mare a due passi da un cadavere arenato sulla spiaggia, che l’immagine è emblematica della nostra epoca. |
martedì 13 luglio 2010
La sicurezza di Obama e quella di Bush
Data di pubblicazione: 01.06.2010 |
E' certamente legittimo leggere il documento di Barack Obama sulla strategia di sicurezza nazionale americana come un'operazione di «cosmesi linguistica» priva di qualsiasi discontinuità reale rispetto all'era Bush, come autorevolmente ha fatto venerdì scorso su questo giornale Tariq Ali misurandola sulla parabola della guerra in Afghanistan e sulla questione israelo-palestinese. Ma è legittimo anche, spero, riconoscere al linguaggio una valenza non meramente cosmetica bensì performativa, e riconoscere nell'impianto culturale del testo di Obama una svolta di 180 gradi rispetto a quello omologo di Bush jr del 20 settembre 2002. Si sa del resto che rispetto all'operato di Obama sempre ci si divide fra il disincanto chi sta agli atti e l'incantamento di chi punta sulla sua visione del mondo; non stupisce dunque che sia così anche stavolta. Ma leggendo in sequenza i due testi, quello di George W. Bush e questo, è davvero difficile non rovesciare la diagnosi della continuità reale che permane sotto il maquillage di una discontinuità apparente in quella, opposta, di una discontinuità radicale che si afferma malgrado la continuità della guerra. Fra i due testi, del resto, corre meno di un decennio che però vale un'epoca: la discontinuità è nei fatti prima che nelle idee, e l'ha scavata la storia prima che la politica. Il documento di George W.Bush uscì esattamente un anno dopo l'attacco alle Torri gemelle, quando già tutti gli osservatori e i pensatori più avvertiti del pianeta avevano saputo leggere in quell'evento il sintomo della configurazione del mondo globale e delle sue inedite ed esplosive contraddizioni; eppure, a distanza di dodici anni dalla caduta del Muro di Berlino, Bush poteva ancora consentirsi di giocare tutto l'armamentario ideologico della Guerra fredda e tutto il trionfalismo occidentale sulla fine della Guerra fredda per riconfermare arrogantemente la volontà di potenza degli Stati uniti come destino, un destino attaccato ma non intaccato dall'«incidente» dell'11 settembre. Per Bush, l'ordine mondiale era ancora una creatura nelle mani della potenza americana, uscita trionfalmente vincente dal confronto col Nemico comunista; per ripristinare l'ordine dopo l'attacco di Al Quaeda, bastava ripristinare l'immaginario del Nemico, trasferendolo dal comunismo all'Islam e agli «stati canaglia» e spostando la linea del fronte dalla cortina di ferro al Medioriente. Di nuovo, e terribile, ci mise la dottrina della guerra preventiva e infinita, la prassi della sfigurazione della Costituzione all'interno e del diritto internazionale all'estero, la tortura, Guantanamo, le corti speciali e quant'altro. Era un'analisi completamente sbagliata, in primo luogo perché il nuovo nemico terrorista era reticolare e non statuale, virale e non territoriale, nasceva dall'interno e non dall'esterno dell'Occidente e dei suoi misfatti, e la trasposizione su di esso del vecchio Nemico della Guerra fredda era puramente fantasmatica; ma quell'analisi ebbe la sua nefasta presa sull'immaginario americano e mondiale, e diventò la base della teoria e della pratica dello «scontro di civiltà», corredato di un vessillo - l'esportazione con la forza all'estero dei valori democratici traditi all'interno - e di un corollario - il neoliberismo come braccio economico della guerra all'estero e della de-costituzionalizzazione all'interno. Niente di questa devastante armatura ideologica sopravvive nel testo di Obama. Non la certezza della potenza come destino, ormai ridimensionata dall'emersione nel frattempo avvenuta delle potenze mondiali nuove, e sostituita dalla consapevolezza che la leadership americana va rifondata in un tempo «di transizione» e di cambiamemnto globale. Non l'arroganza neoliberista, nel frattempo sconfitta dalla «più grande recessione con cui ci siamo trovati a confrontarci dalla Grande depressione in poi». Non l'analisi del nemico, che non è più l'Islam ma «uno specifico network terrorista», e non ha più il volto fantasmatico dell'Altro ma «è tra noi, qui a casa». Non la dottrina nefasta della guerra preventiva e infinita, sostituita da quella della «guerra necessaria e giusta», nefasta anch'essa ma quantomeno meno dilagante, e consapevole che dalle ultime guerre l'America è stata «indurita» e indebolita. Non lo sfregio della Costituzione, cui viene contrapposto il richiamo imperativo alla legalità. Non la crociata dell'esportazione della democrazia, perché «la nostra leadership morale deve basarsi sulla forza dell'esempio e non sull'imposizione del nostro sistema ad altri popoli». Non lo schema dello scontro di civiltà, perché la forza dell'America sta e resta nella miscela di colori e di culture che l'ha fatta crescere. E nemmeno, infine, quell'idea esclusivamente militare della sicurezza che faceva del testo di Bush la bandiera oscurantista di un paese assediato e senza speranza: per Obama, «sicurezza» vuol dire anche crescita sostenibile, investimento sul futuro, sulla conoscenza e sulle giovani generazioni, il nemico non è fatto solo di terroristi ma anche di armi atomiche, rischi ambientali, trappole tecnologiche. E' vero, la guerra in Afghanistan resta, e tanto più dopo i fatti di ieri il Medioriente si ripresenta come l'«hic Rhodus» di Obama. Ma non è poco quello che è cambiato. |
da Dominijanni, su il Manifesto, 1° giugno 2010 - preso da qui
Osservazioni sull'umanità
domenica 27 giugno 2010
Se dopo i 25…
appositamente adattato per l'occasione.
giovedì 17 giugno 2010
Direttamente dalla dispensa della zia Grazia…
Bella parola, credenza, peccato che non ne esistano più. Insomma, eliminiamo le cose che stazionano tristemente in armadi/fruttiere/angoli reconditi da prima che l'estate cominciasse (e improvvisamente andasse via di nuovo),
olè!
Innanzitutto le mele, causa prima di questa decisione. Anziché il dolce alle briciole di biscotti (di cui vi parlerò presto), la mamma ha voluto fare una cosa che le aveva fatto la zia, sufficientemente semplice perché se la ricordasse.
Prendete quindi le mele incriminate, che di questa stagione fanno solo tristezza e sono molle.
Sbucciatele (sigh) e tagliatele a pezzi piuttosto piccoli: in una padella con lo zucchero, possibilmente grezzo. Lasciatele cuocere da sole, ne saranno felici.
Secondo passo: le uova. Hanno regalato anche a voi 18 uova tutte insieme? So di qualcuno a cui è successo. Per la cronaca viveva da sola.
Purtroppo non useremo per questo dolce 18 uova, ma solo tre tuorli.
Con queste tre sorelline preparate una crema molto liquida aggiungendo (dosi della nonna Venice) 3 cucchiai di farina e 3 cucchiai di zucchero.
Mescolare e scaldare.
Io ho usato lo zucchero non raffinato, che fa tanto bene al vostro colon quindi l'ho fatto scaldare un po' prima di aggiungere il latte. 3 bicchieri e mezzo di latte.
Fate cuocere dolcemente, possibilmente mescolando senza fermarsi mai. Ho detto mai!
Terzo passo: le Marie (ululati in sottofondo)
Spero per voi che non abbiate una sorella che ciclicamente rifornisce la casa di questi biscotti INSULSI. E scusate se uso le maiuscole. Nel latte si ammosciano o impattonano, nel tè si disintegrano, da sole fanno passare la voglia di vivere: come si mangiano le marie? Non a caso prendono il nome da una diva della mia religione preferita, che ama tanto farci soffrire inutilmente. Dice che aiuta.
Le Marie dunque. Che io mangio spalmate della marmellata al cioccolato della zia Maria, e Maria + Maria si annulla diventando una cosa appena accettabile. Le marie dunque. NON compratele apposta! Si riproducono! l'unica altra cosa decente che ci potete fare (oltre alla torta di briciole di biscotti) è un finto tiramisù alla frutta! Ne userete al massimo 2 pacchetti e mezzi, quindi 40 biscotti circa.
Infine, il limoncino. Noi ne abbiamo un resto di secoli e millenni, scampato a così tante razzie che è diventato trasparente e non si può bere più da solo.
Quando non lo usate per il dolce con le briciole dei biscotti, quindi, potete usarlo per imbevere (imbere?) le mefitiche marie, avendolo mescolato prima con acqua.
Uno strato di marie, lo spruzzate di limoncino+acqua, quindi ci spalmate le mele cotte, su cui avete spolverato della cannella NON, come ho fatto io, DELLA PAPRICA.
Il gusto potrebbe lievemente cambiare, e forse con la cannella è meglio. Potrebbbe essere molto interessante anche con lo zenzero grattato o a pezzettini.
Sopra le mele aggiungete la crema.
Quindi ripetete ad libitum. Oppure finché non finiscono gli ingredienti. Lasciate in frigo a rassodare per diverse ore, a occhio direi almeno almeno tre.
Nel frattempo preparate una crema liquida con 3 tuorli, 3 cucchiai rasi di farina e 3 di zucchero, mescolati, più 3 bicchieri e mezzo di latte. Potete aromatizzare con la scorza di limone.
Disponete le marie sul fondo di un recipiente quadrato, spruzzatele di acqua e limoncino mescolati, spalmatele con uno strato di mele non del tutto sfatte, quindi coprite con un po' di crema; ricominciate con i biscotti e continuate fino ad esaurimento.
Passare in frigo per almeno 4-5 ore.


